An Epic Journey
Avviso ai naviganti: in tutta questa sbrodolata non ho ancora scritto una riga sensata sul concerto di venerdì sera, conto di farlo a breve, ma tant’è. Di seguito trovate tanta fuffa sul prima, per il vostro piacere e per dovere di cronaca.
Update 01.12: ho cercato di raccontare per sommi capi il resto della serata (non ho fatto tempo a rileggere tutto, chiedo venia per eventuali errori/ripetizioni/schifezze assortite). A breve foto e video, restate sintonizzati.
Ha già detto di tutto e di più la mia fida compagna di blog altervistano alla quale plagio il titolo, ma qualcosa sull’epica giornata di venerdì devo scrivere anch’io, mi tocca, me lo chiede il mio pubblico e non me la sento di deluderlo (non me la sto tirando proprio per niente, noooo..).
Dunque. Allegra mattinata di sclero presso stazioni FS, treno per Milano naturalmente soppresso, momento di terrore puro (quattro ore a Verona, COSA FACCIO??), ma tanto c’è l’Intercity, 4 €uri e 23 di supplemento e siamo tutti felici e contenti. In Centrale becco Eva (a proposito, grazie di cuore per il regalo! E sopratutto per la bellissima lettera! Sei un’amica straordinaria, ti voglio un bene che nemmeno immagini!) e assieme prendiamo la metro per il centro. Una voce indecifrabile fa capire che non ferma in Duomo “per motivi di ordine pubblico”, quindi camminatina random in giro per la città sotto il gelido nevischio che mi costringe ad estrarre i guantoni modello forno © rinvenuti in un armadio di casa, orientamento nullo e abissale ignoranza che mi fa scambiare l’università per San Babila, sagoma del perennemente impalcato Duomo che a un certo punto ci si para davanti e sì, siamo arrivati. Aspettiamo Ale tra gli immancabili piccioni senza farci passare per la mente nemmeno un istante di aprire un qualsivoglia ombrello. Arrivato il terzo membro di I Still Dream (Gab & kalos: mi dispiace tantissimo non esserci incontrati neanche stavolta, ci tenevo mannaggia.. ma ce la faremo prima o poi, promesso), possiamo dare inizio al nostro deleterio mini-raduno c/o le Messaggerie Musicali allettati dalla imperdibile possibilità di incontrare le tATu, ovvero il nostro duo russo finto lesbo preferito, e scusate se è poco. Divorati dalla spasmodica attesa di Svetlana e Irina o come diavolo si chiamano da perfetti no global facciamo il giro d’obbligo al McDonald’s più vicino per degustare il gustosissimo menu orientale con gli squisiti gamberi marci che nuotano nella salsa rosa e le patatine che devono avere almeno una settimana di vita. Tornati alle MM vediamo già una notevole fila di carampane tredicenni in attesa di una foto con le due talentuose artiste moscovite e siccome le due bastarde sante ragazze stanno rinchiuse in un locale attiguo ai bagni dal quale non escono nemmeno per sbaglio desistiamo a malincuore dal nostro obiettivo. Dopo aver sputt piacevolmente commentato le iniziative promozionali della Universal, usciamo dal negozio, salutiamo temporaneamente Ale e recuperiamo le mitiche Cris e Marika che ci fanno da guida per spostarci in zona Transilvania (il 64, mi raccomando). Sosta tecnica presso un emporio scannato perché le girls hanno fame (io invece sono in sciopero come l’ATM e quindi no.. o meglio, ancora devo digerire i gamberi di prima..) e visto che la religione della cassiera non le permette di fare panini (”se volete vi do il pane e il prosciutto e vi arrangiate voi”, uh, comodo, proposta da valutare attentamente) loro ripiegano su quattro mele e una confezione di taralli che mi costringono a portare in borsa “perché la tua è la più spaziosa di tutte”.
Davanti al Transilvania i vari roadies e gli Epica stessi (Coen!) stanno spostando casse di roba dentro il locale. Noi e metà End Of Innocence ci infiltriamo nel calduccio dell’ingresso dove una simpatica olandesina ci dice che “vabbè, potete anche stare, basta che non rompiate le scatole e vi spostiate da una parte”. Io riconosco quelle quattro-cinque persone del forum ma la mia forma congenita di Apatia Acuta Irreversibile non mi aiuta a fare convenevoli e presentazioni (già lo so come finirebbe: “Piacere, Mattia”, “Piacere, tot.” “…” “…” “Fa freschino, eh?”). Inizia il meet & greet con la band e naturalmente ci sbattono tutti fuori al freddo e al gelo della sera milanese di fine novembre. Ci appostiamo, come l’altra volta per gli Orphaned, davanti alla leggendaria portona di servizio dalla quale passano artisti, vips, tecnici, fonici, giornalisti, accreditati, porci e cani. A un certo punto, come fosse la cosa più naturale ed ovvia del mondo, ci passa accanto una sorridente e imbacuccata Simone Simons. Cioè, voi ve la immaginate una Tarja Turunen che si fa strada in mezzo ad una trentina di fan per uscire e rientrare da un portone? Certo, Simone è ancora giovane e meno celebre.. ma caspita!
Dopo che siamo tutti mezzi assiderati e le conversazioni ormai spaziano dalla musica alle propietà nutrizionali dei frutti più comuni, decidono di aprire anche alla plebe. Of course non dalla porta davanti alla quale siamo appostati, poveri illusi.
Arriva anche il tassello mancante ovvero il neopatentato Alberto (a proposito: complimenti!) e facciamo di nuovo nostra la collaudata postazione palchetto-rialzato-alla-sinistra-del-palco-con-tavolo-e- panche-per-appoggiare-la-roba. Verso le 20.30 salgono sul palco gli Xystus. Bravi, vabbè, bravi. Ma che palle il loro genere.. capatina al merchandise: le magliette da donna sono meravigliose, le unisex con mega stampona delle cover degli album stile cliché metallaro Metallica/Iron Maiden/AC/DC invece non hanno mai incontrato i miei gusti né mai lo faranno in questa vita, quindi ripiego sulla più sobria canotta di Quietus che mal che vada porto sopra una long sleeve. Piglio The Phantom Agony che esigo di avere originale e 3 plettri ufficiali, oggettino del tutto inutile ma davvero figoso. Uno lo perdo subito. Ritorno al banchetto. Litigo con l’olandesina. Sfodero un inglese stile the pen is on the table. “You forgot to give a pick”, “No, I swear I gave you three, you probably lost it somewhere”, “Ok, so I must have lost it somewhere.. can’t you give me another one?” “Hmmm.. - metà canzone degli Xystus di pausa - oh, well, ok, but just for once. And I swear I gave you three picks”. She swore right, un pick l’avevo effettivamente perso in una tasca dello zaino. E vabbè, sono un disgraziato, me ne assumo tutte le responsabilità. Epica, se un giorno fallirete, sappiate che è anche merito mio. Un plettro ve lo regalo volentieri alla bisogna.
I Macbeth, i Macbeth. Intro di Malae Artes. Lifelong Hope, e i cinque salgono sul palco. Morena ha una bella voce anche se l’impianto audio fa abbastanza schifo e non risalta come dovrebbe, Andreas se la cava egregiamente, ottimi gli altri tre musicisti. Presenza scenica notevole, pezzi belli, abbigliamento personalizzato e stilosissimo (la maglietta col teschio rosso con le cuffie la voglio anch’io, punto) per una performance breve ma intensa. Bravi bravi bravi, spero di rivederli che meritano. E pace se ricordano i Lacuna Coil, è la colpa di ogni gruppo che propone rock gotico a due voci.
L’atmosfera si surriscalda per l’evento clou della serata. Parte Hunab K’u. Si apre il sipario e si dà inizio alle danze, o meglio alla Dance Of Fate che dal vivo rende magnificante nonostante i passaggi campionati. Simone è di una bellezza e di un’eleganza che stende, impossibile non innamorarsi di una così. Due anni più di me. Due. Sul palco è un portento, non sta ferma un secondo, elargisce occhiate ammalianti a destra e a manca e non perde occasione di scuotere i suoi splendidi capelli anche nella successiva The Last Crusade, uno dei pezzi più riusciti dall’ultimo lavoro. Mark e Yves non sono da meno in quanto a headbanging, così come il divertito Coen che da dietro la sua tastiera non sembra nemmeno parente del ragazzo perfettino che avevo in mente. Sensorium è semplicemente pazzesca all’insegna del movimento più sfrenato, mentre Quietus è proposta nell’inedita (per il sottoscritto) grunt version, con il growl di Mark al posto dell’angelica voce di Simone con un risultato bizzarro ma nel complesso ben riuscito. Si torna al primo album con l’accoppiata delle poderose Seif Al Din e Façade Of Reality, entrambe ottimamente interpretate. Il momento più commovente è senz’altro Linger, lento b-side del nuovo singolo eseguito unicamente dalla cantante e dal tastierista. Nonostante i miei pregiudizi iniziali (perché non Feint?) il pezzo risulta caldo e avvolgente, riuscendo a convincere più in questa sede raccolta che nella versione studio. Ritorna il resto della band olandese, Simone rimane in corpetto e Mark a petto nudo e ricomincia la parte elettrica con le potenti Blank Infinity e Mother Of Light. I due, un tempo uniti sentimentalmente, si scambiano comunque gesti affettuosi per tutto lo show, rivelando una complicità ancora dura a morire. Uno dei momenti più attesi arriva subito dopo: la mitica Cry For The Moon, cantata da tutto il pubblico presente, seguita da un altro dei pezzi più belli e coinvolgenti del complesso, ovvero la mini-suite The Phantom Agony, canzone che mi ha fatto definitivamente innamorare di loro e che Simone introduce sussurrando le prime parole adattandole al contesto live. Al termine dei 9 minuti del cavallo di battaglia del progetto di Mark Jansen gli Epica salutano, ringraziano, lanciano plettri alle prime file e spariscono nel backstage. Sonoramente acclamati per i bis, ritornano poco dopo preceduti da un non lucidissimo Coen con birra e sigaretta in mano che si produce in un surreale monologo su quant’è bella l’Italia. La canzone conclusiva dello show è la splendida Consign To Oblivion, title-track e degno finale del secondo album del complesso, che occupa anch’essa 10 minuti buoni facendoci riflettere su quel che sarà when we will stand in front of heaven’s gate. I sei (difficile da credersi ma c’è anche Jeroen dietro la batteria..) stavolta salutano per davvero, i chitarristi lanciano duecento plettri che finiscono tutti tra il palco e le transenne rendendo un po’ difficoltose le operazioni di recupero mentre Coen, per non essere da meno, lancia la lattina vuota dell’Heineken verso la folla mandandola a schiantarsi con precisione millimetrica contro le luci del Transilvania.
Non facciamo in tempo a riprenderci che ci viene comunicato che la band a momenti scenderà ad incontrare i fan. Detto fatto, ecco Mark che viene accerchiato. E incredibile ma vero, laggiù nelle tenebre appare anche la graziosa figura di Simone. Pennarello, biglietto, libretto di The Phantom Agony, digitale caricata a pallettoni e partiamo in missione, lasciando al povero Alberto l’ingrato compito di fare temporaneamente la guardia al nostro accampamento. I due sono assediati da decine di persone, ma riescono comunque ad accontentare tutti rivelandosi di una gentilezza, semplicità e disponibilità disarmanti. Due belle persone, davvero. E idem Coen, che esce poco dopo sempre con la birra in mano e si produce nelle linguacce più sguiate per le foto di rito. Io ed Eva purtroppo dobbiamo scappare prima dell’uscita del resto della band ma pazienza, il tutto è stato davvero epico lo stesso.
Il mitico Aldo ci dà uno strappo fino a Maciachini, meritandosi la confezione di taralli che giace ancora intonsa nella mia tracolla. Lì poi ci recupera Ale, col quale organizziamo una memorabile jam session in cantina per buona parte della nottata: lui suona la chitarra, Eva canta, io dormo sul divano (ma non subito subito.. diciamo a partire dalle 5..). Repertorio cranberriano, come impone la tradizione. Figura di merda epocale al rientro del fratello di Ale, sempre come impone la tradizione. Trasloco in un letto vero (Ale, sei un amico, grazie ancora di cuore!) fino a mattino inoltrato. Risveglio con la Neve con la N maiuscola, caffelatte, metro, stazione, quiz della patente, triste ritorno a casa. Già pronto per un altro epic journey, get ready to join me.






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