Casomai non si fosse capito dalle foto, il concerto di venerdì sera è stato veramente ottimo. Se pensavate di essere riusciti a schivare i miei commenti a random, sbagliato.
Allora, premessa: gli After Forever non sono mai stati un gruppo che mi abbia fatto impazzire nel vero senso della parola. Tre canzoni per le quali sono andato in fissa negli anni scorsi (Forlorn Hope, Monolith Of Doubt e Digital Deceit), qualche ascolto distratto dei vari lavori e niente più, giusto per concludere che fino a quanto c’era di mezzo Mark erano lì lì per iniziare a piacermi di brutto ma poi l’hanno cacciato, lui ha astutamente inventato gli Epica e gli altri per quanto mi riguarda sì, mah, boh. L’ultimo Remagine è un disco metal onesto, accattivante, ben prodotto e tutto quanto ma non riesco a farmelo piacere fino in fondo, mi suona troppo “strizziamo l’occhio al mercato discografico e speriamo che diventi quello che Once è stato per i Nightwish”. Ad ogni modo, la pianto qui: i ragazzi olandesi mi passavano praticamente in casa e non me la sentivo assolutamente di perdermeli, anche considerato che ero in astinenza di live addirittura dal 25 novembre (dagli Epica, pensa te che bizzarra coincidenza). Per cui viaggio in direzione Bussolengo accompagnato da uno dei fenomeni più tipici della Padania assieme a Borghezio e alle nutrie (la nebbia), imbarazzanti richieste all’uomo della strada da parte del padre tassista (”cerchiamo il Gate52, è una sala da ballo..”), innumerevoli madonne causa segnaletica inesistente e arrivo al locale verso le 21 e 30.
Sul palco stanno per iniziare i Magica, supporter dei supporter, mentre l’amico giornalista (one of the lost ones temporaneamente prestati all’informatica) è già là che scatta. Il gruppo rumeno è una band gothic simpatica e senza pretese, propone una mezzoretta di set un po’ ripetitivo ma nel quale spuntano un paio di pezzi carini, la cantante Ana se la cava e anche gli altri non sono malvagi, insomma si fanno ascoltare volentieri. Oltre all’accento stupendo della tipa salta all’occhio il fatto che sono la negazione del peso forma: lei esibisce un bel doppio mento, il chitarrista è il sosia del Costantino che fa il pagliaccio a Markette e il bassista sembra uscito da Keine Lust dei Rammstein (nella foto rende poco, ma fidatevi che è così). Bel finale con una cover di Nemo giusto per arruffianarsi il pubblico prima di sparire (?) nel backstage.
Dopo di loro è la volta degli italiani Nightmare. Mai nome fu più azzeccato. Oh, bravi, eh, bravi, molto tecnici e professionali.. ma che sofferenza arrivare alla fine. Non un pezzo che si distingua dagli altri in un power uniforme e monocorde da sbadiglio continuo, rotto solo da un momento di Delirio Puro durante Mind Matrix Schizophrenia, con pezzi di tutte e tre le band della serata (e di chiunque passava di lì) che salgono a cantare e saltare sul palco, compresa la Floor che fa le boccacce e un tecnico audio che rifà (e pure bene) gli AC/DC regalandoci una performance globale che meritava di essere filmata a futura memoria.
Terminato l’incubo ci si scalda per assistere al primo show italiano in assoluto degli After (per inciso, ho saputo poi che mentre mi abbioccavo in seconda fila loro girellavano per il locale come se niente fosse), che inizia poco dopo le 23 e 30 introdotto dalla breve Enter, immediatamente seguita dalla potente Come. Floor è una bellissima valchiria dalla voce impressionante, abbigliata con un vestito nero trasparente che mette in evidenza il suo fisico statuario. L’interpretazione è trascinante e impeccabile, così come per i successivi brani sempre estratti da Remagine, ovvero Boundaries Are Open e Living Shields. Bravissimi anche i ragazzi che riescono a costruire un muro sonoro notevole, dallo storico Sanders al piccolo Joost. La prima canzone del vecchio periodo è la magnifica My Pledge Of Allegiance #1, da brividi come la successiva Beyond Me. Dopo l’accattivante Attendance arrivano Yield To Temptation, brano dal primo album che conoscevo a pezzi ma che non ho mancato di apprezzare e la lenta Strong, magistralmente interpretata dalla cantante, sola sul palco per buona parte del tempo e avvolta in un mantello bianco corredato da un misterioso e bizzarro disegno. Arriva la leggendaria Monolith Of Doubt e il piccolo pubblico accorso si scatena mentre sul palco l’affiatamento è grande, così come per Being Everyone, attuale singolo della band che mostriamo di conoscere parola per parola quando Floor ci rivolge il microfono. La mia Forlorn Hope live è un’esperienza straordinaria che vivo trasfigurato in una realtà parallela per tutta la sua durata, finché gli After non ci salutano e le luci si spengono. Gli acclamati bis non si fanno attendere, e portano i nomi di Digital Deceit e Follow In The Cry, due tra i pezzi più celebri del gruppo olandese che poco dopo ci lascia per la seconda volta e scompare nel backstage. Non sentendo più le gambe e ipotizzando che sia davvero tutto terminato abbandono la mia postazione, giusto in tempo per accorgermi che in realtà Floor e soci hanno in serbo per noi un’altra sorpresa: una straordinaria versione di The Final Countdown che fa quasi crollare il Gate e che comunque mi godo ugualmente qualche metro più indietro. Come da tradizione, dal palco ci viene detto che nel giro di dieci minuti il gruppo sarebbe stato disponibile per noi e quindi diventa tappa obbligatoria il banchetto del merchandise al quale la mitica Elwing mi riconosce nonostante ci siamo fugacemente visti solo all’Evolution e fuori dal Transilvania lo scorso novembre. Alla faccia di quello che ne pensino gli After Forever versione 2006 mi compro Decipher, ultimo prodotto di Mark prima di trasmigrare verso altri lidi. Tra la folla scorgo quelle tre-quattro-cinque-sei-dieci persone di Endofinnocence e come al solito finisco per fare l’asociale paranoico e complessato e non mi presento a nessuna per poi pentirmene (sto discorso magari lo approfondisco a parte nel prossimo periodo di depressione mood, ora tralascio). Non si sa da dove sia sbucato ma all’improvviso mi si materializza davanti il gentilissimo e sorridente Luuk, uno dei tre membri originali della band (del quale peraltro non ho mai imparato il nome fino a dopo il concerto), che blocco per l’autografo di rito sul booklet appena estratto dal digipack nuovo di zecca (e pace se la cover dell’ultimo disco è chiara e questa è scura, resto fedele al periodo Jansen - e detto tra noi la copertina di Remagine è qualcosa di imbarazzante). L’altissima Floor arriva poco dopo, prontamente accerchiata. Quando provo ad avvicinarmi per fare una foto insieme e accenno ad abbracciarla timidamente si scosta schifata dicendomi che non se ne parla di toccarla. Alla fine è gentile e mi firma il booklet anche lei, ma l’impressione generale è che se la tiri un po’ tanto, anche perché in fin dei conti caspiteronzola, non credo di avere la faccia da maniaco e comunque sei sempre il doppio di me, voglio dire. Ha ragione certo, magari le sono capitati episodi spiacevoli che desidera prevenire, magari è convinta che dietro ogni essere umano si nasconda un polipo, certo che tra lei e Simone Simons c’è veramente un abisso. Si dirà poi che quella sera non era molto in forma e che a Cesena il giorno dopo sia stata meno diva inarrivabile, sarà, io riporto per dovere di cronaca.
In disparte da una lato del palco trovo anche Andre e un non del tutto lucido Bas, al contrario disponibilissimi, ai quali porgo il pennarello come da copione collezionando un 4/6 (Sanders e Joost non faccio purtroppo in tempo a beccarli, next time). All’1 e 30 abbandono il locale, pienamente soddisfatto dalla performance e felice di aver joined the flow.
Per chi non c’era, per chi dormiva, per chi si accontenta di qualche frammento di qualità infima:
» Monolith Of Doubt [MPG, 1 minuto e 47 secondi, 15,0 MB]
» Forlorn Hope [MPG, 2 minuti, 16,7 MB]
» Digital Deceit [MPG, 2 minuti, 19,3 MB]
» The Final Countdown [MPG, 1 minuto e 52 secondi, 19,1 MB]