Considerazioni, flash, memories, rimpianti di ritorno dalla capitale francese.
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Viaggiare in cuccetta se non sei cotto marcio non dormi più di 20 minuti. All’andata è stata una disfatta, anche perché essendo capitati coi prof non potevamo nemmeno restare seduti a raccontarcela. Al ritorno c’erano lo spumantino scrauso e le tipe vanesie dell’artistico ed è passata anche via, se tralasciamo la caratura media dei dialoghi, di livello tendente all’infimo.
La metro di Parigi la ricordavo fenomenale, la ritrovo ancora migliore se possibile. Solo troppe scale che da fare con le valigie non sono il massimo. Eccezionali le misure di sicurezza antifrode: dopo il primo giorno nessuno ha mai più usato un biglietto per viaggio, si passa in (almeno) due per volta e se si scorgono i controllori a République si torna indietro e si raggiunge la destinazione con una linea alternativa. Finisce che mi oriento meglio nella metro di Parigi che a Mantova, ed è tutto dire. Prendiamo la 8 direzione Balard e scendiamo a Grands Boulevards.
L’albergo sta vicino a Montmartre, fa caghicchiare ma nel complesso si sopporta. Nelle camere il soffitto è morbido, il bagno è un metro per due e la chiave ricicla il portachiavi col nome di un altro posto, ma sono dettagli. La colazione almeno è passabile, ma guai a prendere due cornetti, si rischia il taglio della mano.
Tra qualche anno vado a vivere all’Hard Rock Café. Vivere, non lavorare. Al disco d’oro dei Garbage sulla scala non so quanti segni della croce ho fatto. E poi pazienza se un Sea Breeze costa 9 euro, in diffusione mandano Pantera, Metallica, Smashing Pumpkins, Marilyn Manson e Franzi Ferdinandi remixati e saresti disposto a spendere anche il doppio pur di non andartene da quel paradiso. Alla faccia di quelli che si eccitano con una puttanella qualsiasi a Pigalle.
La Tour Eiffel è sempre fighissima, ma di notte quando si illumina psichedelica è qualcosa di sovrumano. Peccato solo che in tre volte che siamo capitati di là non siamo mai riusciti a salirci sopra, ma vabbè, avevo già fatto l’esperienza cinque anni fa. È bella anche da giù.
Adoro la Defénse, le Grand Arche, le illusioni ottiche che stanno esposte all’interno e la visuale che offre, seppur parziale. Sono geniali i francesi, quando si parla di riqualificare un quartiere non ci mettono un metro quadro di verde o una pista ciclabile, fanno un capolavoro pedonale che è un trionfo della modernità pur inserendosi a meraviglia nel resto dell’ambiente urbano. Abbiamo solo da imparare, altro che Ponte sullo Stretto.
Il Louvre ti distrugge con la sua sfiancante enormità, ma al Café Richelieu fanno un’insalata con formaggi, noci, uvetta e pomodori che è la fine del mondo. Al contrario che al Museé d’Orsay si mangi bene spendendo poco è un falso storico pari forse alla donazione di Costantino.
Il quartiere latino oltre che per essere distrutto dagli studenti della Sorbona è fatto apposta per fregare noi “italiani brava gente tutti simpatici”, intento nel quale riesce senza grossi sforzi. Finisce che piuttosto che accontentare uno dei tanti ristoratori che ti vengono a prendere in strada preferisci farti un panino e una crepe da passeggio da un vecchietto taciturno e riservato e gustarteli sulla Senna tra piccioni, gabbiani e gargoyle.
Credo di essere uno dei pochi a essermi goduto davvero il Centre Pompidou, anche se l’esposizione attuale è quantomeno bizzarra e le opere più famose non sono più esposte almeno fino al gennaio 2007. A me quella roba intriga, gli acefali che ho in classe invece applicano l’equazione non lo capisco uguale non mi piace e piuttosto che girare di sala in sala stanno seduti in un angolo come farei io in discoteca. Che pena.
Da diversi mesi non prendevo più cd originali se non ai concerti. C’è voluto Gibert Joseph in Saint Michel per farmi riprendere l’abitudine. Dischi più o meno usati, interessanti, ottimi prezzi, dispersi in enormi cassoni sugli scaffali più bassi. Con 40 euro ho portato a casa Tristania, HIM, Korn, Röyksopp e doppio degli After Forever. Ottimi gusti voi parigini, tra l’altro.
Pensavo di aver superato la fobia dopo Strasburgo e invece no: il Flunch è ancora il mio incubo. Stavolta nemmeno le patatine si possono assaggiare. L’acqua è cloro diluito, i cetrioli sanno di anguria, il creme caramel sembra omelette, la mousse al cioccolato tra un po’ cammina da sola. E mi fermo qui solo perché non mangio carne.
In quattro giorni ho perso 4 chili, fumato passivamente diverse canne, semi rovinato un’amicizia, consumato chilometri, fatto da guida turistica, dormito non più di tre ore per notte, passato nell’ordine per alternativo-trasgressivo-tossico-spacciatore e assaggiato di nuovo quella meraviglia che è la Coca Cola alla vaniglia, che da noi provincialotti chissà se e quando mai arriverà. E con lei il Cornetto Whippy, che ancora aspetto da Canterbury 2003.