
Giovedì ho infranto un altro tabù: sono andato a un concerto punk. I Gogol Bordello passavano per Milano e come dire di no, anche se purtroppo non erano gli unici previsti dal pacchetto. Li conosco da sì e no un mese e nemmeno so come si chiamano, ma Gypsy Punks è uno di quei dischi per i quali è amore a primo ascolto, con una capacità evocativa più unica che rara: non importa dove sei o quanto monotona sia la tua vita, vieni letteralmente traslato in una perenne festa global-zigana che ti mette subito di buonumore. E poi qui si è particolari estimatori di commistioni di generi che più strane sono meglio è, quindi dopo metal e musica rinascimentale, tango e elettronica, punk e cabaret tedesco anteguerra, si apprezza di buon grado pure il folk balcanico riveduto e corretto in salsa newyorkese da Hutz e soci.
Non essendo mai stato al Rolling Stone la curiosità mi spinge a farci un salto già nel tardo pomeriggio dopo una mezza giornata di shopping, giusto per vedere “dov’è e quant’è grande”, per poi constatare che tanto vale restare addirittura lì ad aspettare, e pace se in borsa ho di tutto che neanche la peggiore Mary Poppins. Nell’attesa scorgo qualche losco figuro vagamente familiare che gironzola nei dintorni: quell’anziano signore è un rivoluzionario d’altri tempi che ha sbagliato strada, oppure lui? quel tizio che mi squadra in modo inquietante è una spia del KGB oppure lui? quel sorridente personaggio di colore è un vu-cumprà oppure l’apparenza inganna? Affermativo, sono loro. E di lì a poco appare nientemeno che Eugene in pantaloni verdi fosforescenti a righe e espressione stralunata come solo lui, prima di sparire nel locale per incontrare la stampa.
Le porte aprono alle 19 fiscali, nonostante a quell’ora si fosse praticamente tra amici; a sto giro non mi faccio fregare dalla security avendo preventivamente lasciato a casa quella pericolosa arma contundente nota come ‘bottiglietta d’acqua’ ed entro indisturbato. Il Rolling dentro è veramente bello, con la sua struttura circolare, il parquet e l’economico guardaroba.
I primi a salire sul palco sono i Bedouin Soundclash: non se li fila quasi nessuno ma sono bravi, anche considerato che fanno tutto in tre. Niente di trascendente, ma i pezzi sono buoni, il cantante ha una bella voce, loro non se la tirano. Promossi.
Seguono i finnici Disco Ensemble, francamente uno strazio. Il cantante rafforza la mia teoria seconda la quale i finlandesi maschi si dividono in due categorie: Tuomas Holopainen e quelli bruttini con la panza da birra. Indovinate dove si colloca il soggetto di cui sopra. Bravi, colpito e affondato.
Terzo act della serata i celebri Danko Jones. Stuoli di ragazzine punkettare impazziscono di fronte a un cantante che ha la lingua alla Gene Simmons e la cui voce sembra l’imitazione sbiadita di James Hetfield e a un chitarrista che assomiglia al gemello sfigato di Trent Reznor. Non sono nemmeno lontanamente il mio genere ma hanno il loro perché pure loro. Hanno più ragione di esistere dei Cradle Of Filth diciamo. A un certo punto dedicano un pezzo a una serie di musicisti passati a miglior vita; e mentre Danko sciorina Jim Morrison, Joey Ramone, Johnny Cash dal pubblico arriva uno spettacolare Mario Merola! che da solo vale tutta la loro performance.
I Gogol arrivano verso le 10 e mezza e infiammano letteralmente il locale: come preventivato, dal vivo sono un’esplosione di colore e di energia da carovana circense. Eugene oltre che un ottimo attore (questo l’ha visto nessuno?), un folle entertainer e un musicista con gli attributi è pure un gran pezzo di figo, solo che riesce difficile vederlo in quest’ottica anche quando si toglie la camicia rivelando un fisico con tutti i muscoli giusti al posto giusto: i baffoni da Mangiafuoco, gli occhiali da saldatore e il pareo con gli inserti argentati e la toppa ‘System Of A Down’ diciamo non contribuiscono a farne un sex symbol. È un concerto punk, e con l’ormai famosa Not A Crime arriva la prima ondata di pogo selvaggio, fortunosamente scongiurata da una tattica posizione in prima-fila-leggermente-laterale-aggrappato-alle-transenne (e la borsa di Mary Poppins piena di tesori al sicuro al di là delle stesse: è qui che si vede l’esperienza e ci si stima tanto). Uno dopo l’altro vengono passati in rassegna i cavalli di battaglia dei gypsy più pazzi del mondo: da 60 Revolutions a Immigrant Punk, fino all’inno Start Wearing Purple. Sul palco sono in 6, che diventano 8 quando a loro si uniscono le due ballerine/percussioniste/urlatrici, anch’esse abbigliate alla Man Lo goes to Caritas e anch’esse, sotto il travestimento da pazze fuoriose, due gran belle figliole. Lo spettacolo prosegue tra bodysurfing, gente che salta sul palco ad abbracciare Eugene ed Eugene medesimo che si getta ripetutamente nella folla per la gioia della security che l’avrebbe corcifisso volentieri (e lui risponde improvvisando un balletto con uno di loro: idolo all’ennesima potenza e oltre). Il classico East Infection dal vivo è un capolavoro, così come l’esplicita Think Locally, Fuck Globally con il nostro eroe che a furia di saltare a momenti ci rimette i pantaloni (e sotto, a quanto pare, non ci sono mutande). Per non parlare di Santa Marinella dove Eugene ci mostra la sua conoscenza dell’italico idioma: ‘Americana’, ‘Paranoia’, ‘Piazza Navona’ e poi giù insulti e bestemmioni che al Moige verrebbe un coccolone (altro che ‘Cocco Dio’ Ceccherini). In conclusione pure la base acustica di Bella Ciao, ovviamente parafrasata sulla scia del brano precedente. Per i bis un lunghissimo e praticamente ininterrotto party di violini, fisarmoniche, piatti e tamburi, con Eugene che suona anche i secchielli dei pompieri issati sui piedi delle due donne del gruppo giusto per non farci mancare niente.
A fine show come al solito non riesco ad accaparrarmi niente di quello che viene lanciato (vado vicino a prendere una bacchetta, però) ma non demordo e mentre la gente sfolla blocco un tecnico in fase REM e gli chiedo, parlando mooolto lentamente e ripetendo più volte il difficile concetto, se per caso non ce la fa a staccare la scaletta che sta appesa sul muro alla sua destra, sì, là dietro, ma come non c’è niente la vedo io da qua, ecco, bravo, quella. Alla fine chiede aiuto a un collega, capisce, e senza rendersene conto mi dà anche il foglio del locale con tutti gli orari dei soundcheck e le indicazioni circa camerini, bus e pasti. La regia, commossa, ringrazia.
Al banchetto merchandise oltre al cd di Gypsy Punks acquistato a 10 euri appena entrato faccio mio anche lo spettacolare sticker GB. La maglietta SWP è geniale e mi fa gola, ma sorgono perplessità circa l’occasione che mi potrebbe vedere indossare una t-shirt viola e rinuncio. Chi di dovere ci accompagna all’uscita, va detto più gentilmente rispetto al personale dell’Alcatraz (dallo stile “su, gente, fuori dalle balle” si passa al “dai, ragazzi, accettate la dura realtà: è finita”). Fuori c’è il bassista Thomas Gobena che ridacchia e perde tempo: a questo punto mi sento in obbligo di fargli autografare la scaletta. È gentilissimo e simpatico da morire, e nei cinque minuti che mi dedica riesce a scherzare sulla penna che non scrive, sulla sua carampana personale e sulle due canzoni nuove proposte; poi lo saluto che devo scappare e lui, attenzione, mi ringrazia. Faccio tutto il tragitto in metro da San Babila a Sesto Marelli con il sorriso stampato sulla faccia.