Quello che vedete qui sopra è un video che ho cercato per anni prima che San YouTube me lo fornisse su un piatto d’argento. Non dovreste faticare a capire perché lo cercavo (la buona notizia è che con lui dovrei aver completato la raccolta, lode agli streaming di SingingFool - qui, qui, qui, qui e qui). Il video è bello ma nulla di eccezionale: Bayer ne ha girati un’altra decina sulla stessa falsariga e i suoi capolavori restano quelli che ho piazzato nel box randomico qui a destra. È la canzone che mi ha letteralmente rapito, col suo sound tipicamente nineties fatto di chitarre distorte post-grunge sulle quali si intreccia una voce decisamente fuori dal comune. I Sybil Vane sono un gruppo completamente dimenticato: nati nel 1992 e scioltisi nel 1995, pubblicarono solo un album e a quanto ne so girarono un solo video, “Pixy” appunto. Sono talmente scolpiti nell’immaginario collettivo che Wikipedia nemmeno li contempla e il loro nome, prestito di Oscar Wilde, è poi stato riciclato per altri progetti (sono gli Scisma d’oltreoceano praticamente, solo meno famosi). La cantante April Devereaux, oltre ad aver praticamente cambiato faccia nel corso di dieci anni, starebbe uscendo col suo album solista. Sul sito della casa discografica il nome del suo ex-gruppo si trasforma in Cybil Vain, il video girato da Bayer diventa il momento più alto della sua carriera (in tutta franchezza, siamo seri: all’epoca Bayer girava video per porci e cani) e le sue foto promozionali fanno abbastanza pietà. Però se nel frattempo non ha perso la voce, sta donna ha talento e non mi spiacerebbe darle un ascolto.

Fatemi un fischio quando non sarà più necessario essersi laureati a Oxford per fare un giochino sulla fonetica. Ora, sinceramente, ditemi quanti di voi conoscevano l’esistenza delle parole:
E soprattutto, ora che lo sapete ditemi voi in che frasi potreste inserirle, su.
(No, non sono ancora impazzito. Giovedì ho il primo parziale della mia vita, su questa roba, e sto quiz stronzo mi sta distruggendo.)
Dei Muse lunedì scorso a Milano ha già scritto tutto il mondo (e c’è chi lo ha fatto decisamente meglio di quanto potrei fare io) per cui evito di tediarvi ulteriormente e conto di far parlare le (poche e malferme) immagini (tra un secondo solo, promesso). Aggiungo solo che i Noisettes non erano così pessimi come tutti dicono (anche se sapevano di poco ed erano abbastanza ripetitivi, questo sì), che l’impianto scenico era impressionante e la regia degna di un dvd, con tanto di montaggio live da far invidia a chiunque, che Sunburn non me l’aspettavo e caspita quanto mi è piaciuta, che durante Time Is Running Out o Plug In Baby ho quasi distrutto gli occhiali del tizio dietro di me (se capiti qui per sbaglio, di nuovo mille scuse) e che loro li devo rivedere a tutti i costi, ma godendomeli fino in fondo (a sto giro purtroppo è andata così).
Delle tendenze suicide della mia digitale ho già detto, ma quattro videozzi scannati sono riusciuto a farli ugualmente e mi spiaceva non condividerli (anche se YouTube ne è già saturo).
| La qualità è veramente pessima e non rende giustizia alla performance, ma vi assicuro che il montaggio nel finto monitor era degno di Oliver Stone. E poi credo di essermi innamorato dei Muse con Bliss nel tempo che fu, quindi a sta canzone ci tengo particolarmente. |
| Sofferta estinzione dell’ultimo pallone (ispirato a questo, giusto?). |
| Gli accendini su Dying In The Sun quattro anni or sono diciamo che avevano più fascino, ma è un bel colpo d’occhio lo stesso. E poi Matt ce l’ha chiesto nel suo british italian e come dire di no? |
| Un capolavoro nonché singolo più bello dell’anno (facciamo finta che Super Massive Black Hole non sia mai esistita, va). Dal vivo spacca di brutto, fidatevi (prego notare la qualità della regia in tempo reale!). |
Se dai Gogol ero tornato a casa raggiante, dai Muse lunedì scorso sono uscito incazzato col mondo. Non per il concerto, assolutamente: spettacolare oltre ogni limite. Ma per tutto il contorno. Sono passati due giorni ma ho ancora voglia di fare sto post. E quindi.
Fanculo all’ATM e alla sua fantomatica linea 320, che non sai dove parte, non sai dove arriva, non sai il quando, il come, il perché, sai solo che esiste perché la vedi e per il resto ti attacchi. La metro fino ad Assago ce la facciamo a vederla prima dell’Expo del 2015 oppure ci mettiamo il cuore in pace? No, tanto per sapere.
Fanculo ai bagarini, razza infame, al loro accento da Al Capone in congedo, alle loro mazzette di biglietti e ai loro modi da viscide sanguisughe, che poi i poveri cristi devono fare i salti mortali per vedersi un concerto senza pagare la mafia. Mai ho desiderato così tanto che qualcuno facesse una fine maledettamente violenta e sofferente.
Fanculo ai concerti in inverno, che fuori batti i denti e dentro fai la sauna. E la felpa, e i guanti, e la giacca a vento che poi non sai dove cazzo infilare, e poi te le annodi in vita, e poi cade, e poi la pestano, e che palle.
Fanculo al pubblico italiano che va ai concerti solo per fare casino, fumare e insultare il gruppo di supporto per poi magari non conoscere manco mezza canzone del main act, che tanto basta dire di essere andati a pogare al concerto figo e questo ripaga del prezzo del biglietto.
Fanculo a me stesso che fingo di non sapere che i Muse sold out in un palazzetto non è come dire i Macbeth al Transilvania: se si poga ci si sfracella, se si salta ci si pesta, e una borsa a tracolla portata su una spalla sola è l’ultima cosa che si possa desiderare in certi momenti. Che poi si deve pensare a sopravvivere e a non perdere pezzi in giro e non ci si gode mezza canzone.
Fanculo alla mia digitale che decide di morire e poi resuscitare dopo un quarto d’ora, che già le condizioni erano abbastanza precarie. Quante madonne.
Fanculo alla fretta (e indirettamente, all’ATM) che ti fa scappare fuori appena finito lo show (terrorizzato dall’idea di dover passare la notte ad Assago) e prendere un bus che poi farà 10 minuti fermo al capolinea prima di ritornare davanti al Forum e caricare un porcaio di gente che nel frattempo ha fatto razzia di ogni ben di dio, inclusi i poster della serata che tanto desideravi. Il massimo che riesci a raccattare è una copia di Rolling Stone abbandonata da un tizio su un sedile, eh sì, vabbè, ci sono sopra Johnny Depp, i Baustelle ed Eugene Hutz, ma cazzo.
Fanculo all’entità superiore che costringe l’onesto cittadino a spararsi 12 ore ininterrotte senza usufruire di uno straccio di bagno sbarrando prima i cessi di Famagosta e poi solo quelli maschili del Datch. E vabbè che qui non ci si formalizza e non si temono eventuali Gardini, ma si sa come sono le donne in bagno (e non mi si accusi di maschilismo: la fila era veramente chilometrica). Per inciso la zona attorno alla metro di Famagosta sembra uscita da un film di Terry Gilliam o di Danny Boyle da tanto è inquietante (anche di giorno, anche se non è deserta, pensi sempre che possa sbucare uno zombie ad assalirti o una bomba a radere al suolo il meraviglioso svincolo “voluto dal sindaco Albertini nell’anno 2002″).
Fanculo all’ATM, di nuovo, che visto che i numeri sono infiniti si inventa il 56 barrato: che a differenza del 56 ferma a un chilometro da casa mia invece che passarci sotto, costringendomi a girare per Milano all’una di notte guardando una cartina come un povero pirla demente. Che via Padova e via Adriano illuminate sono pure belle, ma sticazzi.
(Post liberamente ispirato a una delle scene più belle della storia del cinema.
Grazie Spike.)
Che ci fa Elle Driver nella ciofeca dell’anno™?
E soprattutto, come l’hanno ricattata per convincerla?
