Qualcuno salvi la povera Lea di Leo dalle estenuanti dirette notturne di “Indovina la parola”. Rispeditela a fare quel divertente porno soft casalingo che tanto bene le riusciva. Veramente. Ne va della sanità mentale di tutti noi.
Qualche pomeriggio fa Mtv ha passato una cosa per cui la mia versione novenne all’epoca sarebbe impazzita: Wannabe delle Spice Girls, nientemenoche.
Visto che dal 1996 acqua sotto i ponti ne è passata, ci sta qualche considerazione a freddo. Dunque. Il video è terrificante, anche se è un piano sequenza di quattro minuti. Girato malissimo e mi auguro con un budget infimo. Loro sono conciate come delle disperate, sembra si siano vestite al buio. In tutto il clip c’è una (una) coreografia di venti secondi scarsi, per il resto è ragionevole pensare che non esistesse sceneggiatura. Victoria chissà perché è sempre sullo sfondo, mai protagonista. I capezzoli delle due Melanie al contrario fanno provincia, strizzati come sono in due toppettini color evidenziatore. La location dovrebbe essere un albergo di lusso, in realtà è molto più simile a un bordello. Sulle comparse che rappresenterebbero i cliché dell’alta società stendiamo un pietoso velo. E poi, parliamo della canzone. Il refrain è:
Yo I’ll tell you what I want, what I really really want,
So tell me what you want, what you really really want,
I wanna, I wanna, I wanna, I wanna, I wanna really
really really wanna zigazig ha.
e già questo la collocherebbe di diritto nella storia dei capolavori del trash, ma non va dimenticato nemmeno questo passaggio:
We got Em in the place who likes it in your face,
we got G like MC who likes it on an
Easy V doesn’t come for free, she’s a real lady,
and as for me… ah you’ll see
che è in pratica il manifesto delle cinque sgallettate inglesine. Che non sembra, ma in fondo in fondo un po’ ci mancano.
Vabbè, visto che ormai l’amarcord è partito e non vogliamo farci mancare niente vi embeddo la versione karaoke, buon divertimento:
Costano sempre un botto (’stardi), ma stavolta non li voglio proprio perdere. Anche se sono tre giorni dopo i Muse.
Qui lo dico: un’altra settimana di Mentadent Inter-Act e resto senza gengive.
Da qualche tempo sento l’irrefrenabile voglia di dare una svolta alla mia vita. Non so nemmeno cosa cerco ad essere sincero, so solo che così non riesco a continuare. Ho la costante impressione di lasciarmi scorrere davanti il treno delle occasioni, senza che io riesca mai a salirci. Frenato da una serie di motivi travestiti da finta razionalità che in realtà racchiudono un campionario medio alto di paranoie, roba che se Freud fosse qui oggi avrebbe un pusher mica da ridere.
A fine mese mollo l’appartamento di Milano. Perché la vita della provincia mi sta stretta, ma quella della metropoli, vissuta così, ancora peggio. E fattore non secondario, purtroppo per me non appartengo alla categoria “mantenuti e contenti” ma bensì a quella “mantenuti divorati da crescenti sensi di colpa”. Così fare il single avulso dal mondo in un bilocale troppo grande per me con la tv come unico svago o quasi finisce per avere effetti deleteri sulla mia salute mentale. Del tipo scrivere post immaginari sdraiato a letto, troppo sveglio per dormire e troppo addormentato per fare qualsiasi altra cosa cognitivamente sensata. La maggior parte dei quali parecchio lontani dal pur minimo barlume di ottimismo. E no, a neanche vent’anni tutto ciò non è normale, me ne rendo conto.
Il mito di Milano, coltivato negli anni scorsi, mi ha abbastanza fuorviato. Intendiamoci, è una città che indubbiamente mi piace per molti versi. Ma la sto anche odiando profondamente per molti altri. Sarà che la mia esperienza quotidiana mi porta a sperimentarne gli angoli più squallidi, da Lambrate a Crescenzago, senza ovviamente trascurare Sesto. Sarà anche che avere un tetto dove dormire non implica che riesca a sfruttare appieno quello che la città offre. In otto mesi o giù di lì per una manciata di concerti goduti sono state altrettante le occasioni perse, e di conseguenza i rimpianti. E abitando di fatto in mezzo al niente, di vita notturna non se parla.
L’università in sé mi piace, mentirei se dicessi il contrario. Ma i corsi sono organizzati alquanto maluccio e le lingue te le devi comunque sciroppare per conto tuo, col risultato che l’inglese lo sto disimparando e il tedesco lo sto imparando poco e male. In tal senso era più intelligente se facevo una facoltà di lingue normale e tanti saluti, invece che fare l’alternativo a tutti i costi. Poi va anche considerato che in tutto questo tempo avrò conosciuto a dir tanto dieci persone e di metà delle quali nemmeno ricordi il nome, il che non è esattamente un record. Insomma in definitiva no, non mi sto godendo la vita universitaria come avrei sperato un anno fa. E sono perfettamente consapevole che in larga parte è colpa mia e della mia naturale tendenza all’asocialità.
Ecco, sono quasi le tre di notte e ho scritto un altro post depresso, cosa che mi ero ripromesso di non fare più. Che poi passa il cretino di turno a trolleggiare. E se lo rileggo tra un mese o un anno mi chiedo perché cazzo abbia messo per iscritto e in forma pubblica una tale mole di scemenze.