Ho accettato un altro 26, il secondo di questa tornata, e già me ne pento. Il 26, questo sconosciuto. Dei 14 possibili per sfangarla, di gran lunga il voto più stronzo. Perché è subdolo, il 26: lì lì sembra una gran cosa: però, 26. Poi ci si pensa e no, non lo è, e perché cazzo l’ho preso. È come quando compri una cosa che costa 9 euro e 90 e ti stimi perché costa meno di 10, solo all’inverso. Il 26 non è né carne né pesce, è il corrispettivo numerico di “apprezziamo l’impegno”, nonché “il candidato è in grado di mettere in fila quattro parole”. Il 27 fa già un altro effetto. Idem il 25. E anche gli altri: o sono alti, o sono bassi, e valuti il da farsi con cognizione di causa. Il 26 no. Bastardo.
Questo è un frammento di un interessante carteggio via PM avvenuto ieri mattina. Il background è un utente che mi polemizza a sproposito per un edit a un suo post. Siccome mi è piaciuta com’è uscita la risposta (o meglio una delle risposte, visto che la cosa è andata avanti per un pezzo) e amo le autoreferenze peggio di Tarantino, eccovela:
Fare l’amministratore, contrariamente a quanto tu possa pensare, non è solo “punzecchiare” gli utenti e giocare a fare il dittatore dell’orticello virtuale, significa cercare di gestire al meglio un gruppo di persone che generalmente non si conoscono personalmente, cercando di prevenire i contrasti che possono sorgere e facendo rispettare alcune linee guida che questo forum si è imposto nel momento della sua apertura (oltre che ovviamente sobbaracarsi tutta la parte relativa alla gestione tecnica, cosa che tutti danno quasi sempre per scontata, come se il forum fosse piovuto dal cielo così com’è).
Ladies and gentlemen, le coriste di Macy Gray, ieri sera al Festivalbar:
O con Graham Hopkins.
O con Macy Gray.
O con la Canalis.
O con Enrico Silvestrin.
O con Luisa Corna.
O con Giulio Golia Italia Uno Le Iene.
Ché Dolores ancora ce l’ha con me per via di quel 6 maggio quando l’ho snobbata per Sociologia della Comunicazione.
Potrei dilungarmi sui due giorni più belli in otto mesi di permanenza in Milano.
Potrei dilungarmi su due persone speciali che non esitano a condividere gli agganci from the inside con uno che in fondo mai avevano incontrato prima.
Potrei dilungarmi su un tastierista che ti chiede cosa studi, e se suoni qualche strumento, e perché, e per come, e sorride sempre mentre gli parli.
Potrei dilungarmi su un chitarrista che ridi e scherza, ti offre da bere e ti racconta due ore di aneddoti sul tuo gruppo preferito come se niente fosse.
Potrei dilungarmi sui cocktail del Foley’s, sull’utilità delle linee notturne ATM e su un taxi preso alle 2 di notte col terrore di essere spennato vivo.
Potrei dilungarmi su una community nata quasi per scherzo tre anni fa i cui membri sembrano conoscersi da una vita, pur essendo stata tale conoscenza fino a poche ore prima, di fatto, virtuale.
Potrei dilungarmi sulla schizofrenia causata dal ruolo di amministratore stronzo, che poi incontra dal vivo quelli che fino a ieri avrebbe bannato con tutto il cuore e inspiegabilmente vorrebbe abbracciarli.
Potrei dilungarmi sull’attesa infinita nel pomeriggio, e su Kelly Osbourne e sua sorella, le austriache più amate dagli italiani.
Potrei dilungarmi su un mazzo di fiori da cinquanta euro trasportato di corsa dentro l’Alcatraz a mo’ di tedoforo.
Potrei dilungarmi sul tempo di un qualsiasi fine maggio, e sulle mezze stagioni che signora mia non ci sono più.
Potrei dilungarmi sull’incapacità unita a tanta stronzaggine della security della Milano Concerti.
Potrei dilungarmi su un after sui gradini di un hotel a cinque stelle prima, in stazione centrale in mezzo a barboni veri poi.
Potrei dilungarmi su una cantante che fa la preziosa per due giorni, salvo poi dare il massimo sul palco, facendosi perdonare quattro anni di volontaria reclusione.
Potrei dilungarmi sui suoi balletti da scimmietta, sul flauto suonato a muzzo, sulle Converse abbinate alla camicia elegante e sui suoi sguardi verso la prima fila che ti stendono.
Potrei dilungarmi sulla band, che caspita se ci sa fare.
Potrei dilungarmi sulla scaletta, che è troppo corta e ha qualche pecca ma è decisamente ben assortita.
Potrei dilungarmi sul fatto che questo era il mio ventesimo concerto ed è un po’ la conclusione di un ciclo.
E chissà su quante altre cose.
Ma per stavolta lascio parlare le immagini.