Mentre gli ormoni si placano e i lividi si sgonfiano direi che è d’uopo un altro post-resoconto sul concerto dei Gogol di lunedì (una roba a scazzo tranquilli, qui non ho reputazioni da costruirmi e/o mantenere).
Partiamo dicendo che una roba malandata e messa male come la festa di Radio Onda d’Urto ancora mi mancava. È più o meno una festa de l’Unità molto virante verso il rave party, ma non è questo il punto. È che sta nella ridente periferia della ridente Sant’Eufemia della Fonte, provincia della ridente Brescia. L’unica indicazione dalla strada è una scritta a spray rosso sul guard-rail che recita “parcheggio festa radio”, che si sa mai che ci sgamino. Si capisce che c’è qualcosa solo dai baracchini della premiata ditta Salsiccia Bisunta & Patatine di Cartone™ e da tre agenti svogliati che stan lì a presidiare una strada chiusa con una transenna. “Ma è qui il concerto?” “Ah? Sì, sì…”. Lungo la strada stuoli di gente di colore che trascina qualsiasi cosa su carrettini. Boh. Incamminiamoci. Sarà una festa multietnica, magari è divertente. Seh. Manteniamo un basso profilo. Una parola, quando sei l’unico bianco per metri e metri. Mi offrono qualsiasi schifezza, fumo, erba, caramelle. No, grazie. E intanto sei lì che passeggi per la zona franca dell’immigrazione africana di Brescia. E non sei razzista, fin per carità, ti sei fatto 60 chilometri per vedere i Gogol Bordello quando mai potresti essere razzista, ma cazzo, hai paura. Anche perché di sta fantomatica festa non c’è ombra, ma in compenso c’è un accampamento tipo il campo profughi dove entra Clive Owen alla fine di Children of Men. Poi qualcuno (dio lo benedica) scova l’intruso e dice: “il concerto è in fondo a destra”. E cammina cammina, ecco un cancello e qualcuno che aspetta. Scritto a pennarello, un cartello recita “il concerto dei Gogol Bordello si terrò anche in caso di pioggia”. Già, perché è il 20 agosto ed è più o meno novembre. È il 20 agosto e vai a un concerto con pantaloni lunghi e felpa. Non si capisce se l’ingresso alla baracca sia 8 o 10 euro. Poi aprono e nell’indecisione, va, si entra gratis. Dentro come detto è un rave (pare) legalizzato. A un banchetto danno “liquido alla canna” dove canna ovviamente non sta per “bere a collo”. A un tendone c’è scritto “all’interno giochi per i bambini”. Chi ci porta dei bambini, qui, è o un delinquente o un minorato mentale. Sul palco c’è Tommy T che prova e ti si apre il cuore (per chi si fosse appena sintonizzato, qui il riassunto puntata precedente). Poi scende e lo saluti dicendo “I was in Milan” e lui non capisci se davvero si ricordi di quello che gli ha chiesto l’autografo sulla scaletta o sfoggi solo un sorriso di circostanza e in realtà ti compatisca, ma chissenefrega. Nel backstage gironzola il rivoluzionario d’altri tempi© alias Sergey, che senza cappellino dimostra ancora più anni di quelli che ha (e dici: è lui? e poi: chi altro può essere?), sul palco invece si palesano la spia del KGB© alias Yuri e Pam&Liz in borghese e bicchiere di vino in mano. L’uomo della mia vita il cui nome inizia per E si vede solo per un secondo, ahimè troppo poco per importunarlo (ma tanto dopo torna, l’importante è crederci). In alto sul palco troneggia la bandiera “Gegen Nazis”, tanto caruccia, col pugno che distrugge la svastica.
Nel frattempo sta arrivando l’uragano Katrina. Il cielo è deep blue turning black. Il vento fa volare vecchie setlist abbandonate. Sul palco si provicchia ancora. Poi decidono di abbassare la copertura per evitare catastrofi. Poi plic, una goccia. Poi diluvio universale.
Corsa alla Tenda Blu, dubbi sul futuro prossimo e una coppia bielorussa con sombrero e rasta che gira il mondo a piedi. Il posto almeno è carino, non piove dentro, c’è un altro gruppetto che fa soundcheck e pure la risposta italiana ai Gogol che girovaga.
Terminato Ridottosi il finimondo, si acchiappa la prima fila, guadando acquitrini. Per terra fango che nemmeno a Woodstock. Tempo che si muova qualcosa passa un’ora buona. Ma sì, che diamine, facciamo conoscenze una volta tanto, piantiamola di essere asociali ai concerti. Tra le altre cose salta fuori che Eugene non è solo l’uomo della mia vita (e niente tra me e lui sarà più lo stesso, ovvio) e che c’è tanta gente che studia per essere disoccupata (mi sente meno solo, come dire, stupido tra gli stupidi).
Dal palco il tizio della radio annuncia che il concerto inizierà a breve. Intanto ci cucchiamo il pippone-requiem per la chiusura dei due centri sociali, “fatti gravissimi accaduti oggi che danno un significato particolare a questa serata”. Applaudisco con la stessa convinzione che avevo dopo il delirante discorso del ministro Stanca due anni fa. Visto che mi sono sciroppato l’inevitabile pantomima, permettetevi di fare una veloce digresssione di politica spiccia. Dunque. Il mondo va a scatafascio, e fin lì, grazie al cazzo. Il governo attuale sta su con lo scotch, e anche lì, grazie al cazzo. Il governo attuale fa anche cose discutibili e/o di destra? Sì, le fa. Mi piace il governo attuale? Non eccessivamente, ma l’alternativa è Berlusconi ad interim e da lì si valuta tutto il resto. Per cui protestiamo? Protestiamo. Occupiamo? Occupiamo. Fumiamo due canne? Fumiamo. Cosa risolviamo? Niente. Anzi ci andiamo nelle mandole. Ne vale la pena? No. Quel che c’è ora farà pure schifo, ma è sempre meglio di quello che c’era prima. Almeno questi ci provano a governare. Almeno il premier non si fa leggi per pararsi il culo. Almeno il premier non fa battute, corna e cagatine varie ai meeting internazionali. Almeno il premier non ha un impero mediatico al suo servizio. Almeno qualche ministro vagamente competente c’è. Certo, abbiamo Mastella. Ma prima c’era Calderoli. Chiusa parentesi.
Dunque, si parlava dei Gogol. Che dire se non che sono uno dei gruppi più straordinari, originali, scatenati e folli del momento e che non fanno un concerto uguale all’altro? Sono pure dei musicisti assurdi, in appendice. Vederli dalla prima fila significa rischiare delle costole e fare foto solo su due pezzi “lenti” (leggi non da pogo sfrenato) per terrore di trovarsi la Lumix ridotta in piccole bricioline, ma è un’esperienza che ti esalta troppo e va fatta almeno una volta nella vita. Forse avere Eugene che fa il pazzo furioso davanti a te aiuta a tirare fuori il tuo vero io, altro che psicanalisi. E gli altri 5 (lasciamo stare chitarra e batteria che sono due personaggi troppo drammaticamente normali per i nostri gusti) sono un contorno irresistibile. Sergey che saltella come un bambino il giorno del suo compleanno è un’immagine bellissima, anche se potrebbe essere tuo nonno. Pamela e Elizabeth con le grattuge griffate sono adorabili. E Yuri e Thomas che sorridono e inventano coreografie non sono da meno. La scaletta va a umore di Eugene, tanto che alla fine a leggerla descrive un altro show, né più né meno. C’è il disco nuovo da promuovere? Ma perché? Abbiamo Madonna che ci fa da sponsor, che ci frega? E allora apriamo col medley Super Taranta + Harem in Tuscany e poi dimentichiamolo o quasi, che Gypsy Punks è una miniera inesauribile di brani killer per infiammare le folle. E giù Sally, Not A Crime, Dogs Were Barking, Fuck Globally. Durante 60 Revolutions penso di morire (in senso letterale). Fate un pezzo calmo, vi supplico. Come no: Start Wearing Purple, per la gioia delle mie membra. E poi East Infection, che resiste stoica (come me puntellato in prima fila contro la transenna, diciamo). E Mishto, ma quant’è bella Mishto? E Wonderlust King va, che il singolo pare brutto saltarlo. I doverosi bis, siore e siori. Partiamo con un pezzo easy? Dai che respiro un po’. Se se. Santa Marinella. Che io sono una brava persona, non bevo non fumo non dico parolacce. Ma su Santa Marinella si bestemmia al cielo, jo-porka-madona. Poi qualcosa di indescrivibile e totalmente inaspettato: Mala Vida. E mi scusi Manu, ma l’originale suo non reggerà mai il confronto, ripassi prego. Baro Foro in chiusura mashuppata a Indestructible, con le due urlatrici che saltano con piatti e grancassa, e due esponenti del club groupie-e-amiche-della-security che zompano su a ballare. Fine? Sì? No. Eugene ha ancora banane, e anche quello stronzo che poga in prima fila accanto a me e desidero muoia soffrendo. E quindi va, Ave B. acustica. Evvai. E quindi Ultimate. Eugene che salta e resta con i pantaloni a mezz’asta (sotto, mai mutande) e corre giù dal palco (e io gli stringo la mano per primo, e mi stimo). Il resto della band che ha già salutato ed è sparita da un pezzo, e lui lì che non se vuole più andare. E quindi Alcohol. E quindi Illumination. E chissà che altro che non ricordo. Che uomo, gente.
Fine? Sì. Forse. No: voilà la jam session nel backstage con la risposta italiana dei Gogol che si mischia a pezzi dei Gogol medesimi, e anche questa non l’avevo mai vista. E poi c’è Sergey che scrive papiri quando gli chiedi l’autografo (”from Gogol Bordello, stay strong guys, Sergey R.” e il disegno di un violino), e Thomas, vuoi non chiedere l’autografo a Thomas anche stavolta? Ma no, rompiamogli ancora le scatole. E poi c’è Yuri e non importuni la tua spia del KGB preferita? Ma no, santo cielo. E la jam session esclusiva alla quale si accede scavalcando le transenne (non scostandole, sia mai: ti cacciano) continua, col contrabbasso piantato nel fango e dollari fotocopiati che svolazzano. Solo dell’uomo della mia vita il cui nome inizia per E non c’è traccia, occupato come si narra a smaltire groupie, ché finché dura meglio approfittarne.
La mission quindi fallisce pure stavolta, ma nonostante tutte le magagne precedentemente descritte (e passando nuovamente attraverso il girone dell’inferno, immutato anche alle 2 e mezza di notte e dopo un accenno di tifone) è inutile: da uno show dei Gogol si torna col sorriso e la voglia di ripetere l’esperienza quanto prima. Grandi.