Ieri ho conosciuto nientemeno che Chuck Palahniuk, per giunta nella mia città (la quale vive per una settimana in tutto l’anno, ma in quella settimana ci capita davvero chiunque). Non sapevo se farci un post o meno (non che l’evento in sé non meritasse un post, anzi), ma poi qualcuno ha chiesto un “grande post celebrativo” e io, che non mi faccio mai influenzare da chicchessia, sono qui che lo scrivo.
A vederlo con la testa rasata, Chuck è un personaggio tremendamente inquietante. Lo è anche coi capelli lunghi, ma così di più. Risponde alle domande pensando a lungo alla risposta da dare, in tono quasi solenne. Parla un inglese magnifico. Parte serioso, quasi assente. Poi piano piano si scalda, distribuisce divertito cartoline preindirizzate alla folla che gli si raduna attorno una volta chiarito che “si può”, e inizia a infarcire i discorsi di fuck e shit, tutti tradotti alla lettera da un idolo di interprete (ecco, ho scoperto cosa voglio fare da grande: l’interprete di Palahniuk). Racconta del suo primo romanzo, mai pubblicato, dal quale poi ha estrapolato idee per i lavori successivi: un mattone, anzi, “a piece of shit”, una roba per la quale ha buttato alle ortiche due anni della sua vita. Poi ha iniziato a uscire la sera e girare feste, e ha scritto Fight Club in sei settimane. Dice che sul set di Fight Club l’aria non era delle migliori e la tensione si tagliava col coltello. Che il film è bellissimo, ma sticazzi, con 80 milioni di budget non poteva uscire altrimenti. Che la trasposizione di Choke ne costerà 3, e sul set il clima è bellissimo. I suoi romanzi sono molto cinematografici, lui adora le cose alla Memento (e io adoro lui, per la proprietà transitiva). Quasi tutto quello che racconta nei libri è vero, e viene da cose assurde che la gente gli riferisce. Come il sacchetto di patatine da 500 dollari che viene usato nelle pubblicità, con tutte le patatine perfette, che quando masticate fanno lo stesso rumore, e il rumorista col compito di trovare quella dal suono adatto per lo spot che passa le notti a metterle in bocca e sputarle. Come l’ultimo circo dei freak con i feti abortiti conservati sott’olio, in gergo pickled punks, una cosa terribile che si scontra con la praticità del quotidiano (come li sposti, i barattoli con dentro dei feti abortiti?). Come la battuta su Anna Frank che non ha nemmeno dovuto fare il tour promozionale per il suo libro, rubata a un’amica scrittrice della quale non farà il nome (”diciamo… Chelsea”). Perché fare i tour promozionali è una cosa che odia veramente (eppure ieri sembrava divertirsi come un bambino al parco giochi). Poi dal pubblico gli chiedono se si ispiri a X, piuttosto che a Y, pur con una vena di Z, e lui immancabilmente replica “Sorry, I don’t know that one”. Al limite può aver conosciuto l’operato di X piuttosto che di Y perché qualcuno gliene ha parlato, in modo inconscio. E poi, quante donne che vorrebbero essere Tyler Durden. Perché alla fine i suoi personaggi sono così, asessuati, a parte il nome. Gli togli il cazzo e metti le tette o viceversa, e il gioco e fatto (e chissà perché, mi viene in mente Invisible Monsters).
Poi esce a firmare autografi. Firmare. Cioè. Fare il cretino. Magari nel suo intimo odia davvero tutto questo, ma è consapevole che la fila di gente che fa registrare il sold out al suo evento dopo mezz’ora dall’apertura delle prevendite e che lo aspetta per due ore filate è colei che lo fa vivere e quindi per quale motivo negarsi? Gli autografi non si negano a nessuno, e sono quasi tutti diversi l’uno dall’altro (io gliene ho chiesti 5, e non si è mai ripetuto). Su Rabbia mi fa pure una dedica meravigliosa, vergata con una calligrafia precisa che è la degna trasposizione della sua pronuncia (non so cosa darei per leggere un romanzo intero scritto a mano così). E poi le foto, ma mica foto qualunque, vogliamo scherzare? Qui si è totalmente fuori di zucca e anche alquanto perversi, e non si può assolutamente rinunciare al velo da sposa e al bouquet di fiori finti, specie se uomini. E quindi superato l’iniziale imbarazzo (prego, vai avanti tu) escono cose come la seguente:

Da sinistra verso destra: un blogger con evidenti problemi di sovrappeso, l’uomo delle rose, la sposa di Chucky, l’uomo della mia vita il cui nome inizia per C.