Milano is a man
Prima che passi troppo tempo e i ricordi scemino, mi sembra d’uopo dedicare un post a questa signora qui e al suo magnifico spettacolo in quel di Milano lunedì sera. Magnifico spettacolo al quale la mia presenza era tutto meno che prevista. E si è materializzata all’altezza delle 11 della mattina stessa, mentre ero in uni a sbadigliare, a causa di un sms che grazie a dio non si è perso in giro e del quale la mia cabina telefonica portatile ha segnalato l’arrivo (non capita spesso, quindi rallegriamocene). “È arrivata la mail di conferma”. Che tradotto significa che avrei (il condizionale in questi casi è d’obbligo) due accrediti per vedere Suzanne Vega all’Auditorium, vinti da un amico che abita a centinaia di chilometri di distanza, non se ne fa niente e con una gentilezza fuori dal comune me li gira (grazie Massimo, a buon rendere). Al che le alternative sono: a) far finta di niente e andare a traduzione di inglese b) realizzare che un’occasione simile non ricapiterà tanto presto e agire di conseguenza. Ovvero scappare a casa (un’ora e mezza e spiccioli di treno), equipaggiarsi per concerto e serata e ritornare filati su (altra ora e mezza e spiccioli di treno).
Stante il fatto che un concerto gratis è sempre un concerto gratis, vale la pena sbattersi così tanto per Suzanne Vega? Sì. Probabilmente nessuno lo sa, ma io per questa donna avevo quasi un’adorazione qualche anno fa. Parliamo del 2003-2004, più 2003 che 2004 a essere precisi. Pre-Nightwish, pre-Muse, pre-tutto il resto mi ero praticamente comprato la discografia a colpi di 4.99£ in UK e a 9.90€ in Italia (siamo anche nell’epoca pre-eMule e pre-ADSL, ça va sans dire). L’avevo scoperta su un vecchio nastro di mio padre, mi pare fosse 99.9F°, e mi aveva rapito da subito. Quelle storie di amore al primo ascolto insomma. Che implicano anche impararsi a memoria i testi e cose così. Probabilmente l’unico caso in vita mia di artista amato in retrospettiva (l’ultimo disco comprato fu Nine Objects of Desire, che risaliva al 1996). Poi tante altre cose che non sto qui ad elencare altrimenti facciamo notte, e Suzanne da allora non l’ho più ripresa.
Quattro anni dopo mi viene offerta l’opportunità di togliere la polvere alla mia anima sedicenne. E io accetto.
Un concerto all’Auditorium impone una certa etichetta, che io, reduce da qui, ignoro. Fortuna che mia madre mi impone di cambiarmi. Finisce che vado a un concerto con le scarpe di pelle e il maglione nero messi per fare il padrino alla cresima di mio fratello. Non fosse per la borsa militare con le spillette con la quale vivo ormai in simbiosi e per la barba non fatta da quasi una settimana si direbbe che sono un giovane melomane snob. Così invece sono un giovane melomane radical chic con un pizzico di stravaganza. E all’ingresso non mi bloccano. “Ma lei è stampa?”. Sì, volendo sarei anche stampa, ma non stasera, guardi alla voce “botta di culo”. Il cognome è sbagliato, ma gli accrediti comunque ci sono. Per la Poltronissima, quinta fila. Quello che sarebbe il posto da 40 euro. Sticazzi.
Dentro sono marmi, vetri, tendaggi, addetti in giacca e cravatta. Poltrone imbottite foderate di rosso. E io che se chi di dovere non mi fermava sarei andato con i jeans strappati. Ho a disposizione i posti 22 e 23. Indovinate quale decido di sfruttare. Attorno a me è un tripudio di sciure e di gente di mezza età più o meno elegante. Se non sono il più giovane nel pubblico, sono di sicuro il più giovane che sta così avanti. A tre metri o giù di lì dal palco. Se le luci facessero il loro lavoro (cosa che non faranno) uscirebbero delle foto spettacolari.
Apre Valerio Piccolo, che mi dicono essere l’ex chitarrista di Suzanne. È un po’ tanto soporifero, ma è bravo, onesto, umile. Uno dei miei principi poi è “non si insulta l’opener”. Mai. Anche se fa schifo. Anche se è una sofferenza ascoltarlo. Ma i cafoni ci sono sempre, Alcatraz o Auditorium che sia. E qualcuno dal fondo urla “Suzanne Vega!” mentre lui è all’ultima canzone. E in risposta si guadagna un’applauso doppio.
Suzanne arriva verso le 22, avvolta in un cappottone nero con scollatura asimmetrica che le lascia scoperta la spalla sinistra. Sul palco è completamente sola. Attacca la storica Tom’s Diner a cappella, schioccando le dita a tempo. È sola, unico punto di luce nell’oscurità, e canta una filastrocca vecchia di vent’anni senza alcun accompagnamento musicale. Ed è perfetta. Ha una voce che ti entra sottopelle e incredibilmente non invecchia, una sorta Dorian Gray della musica moderna. E se possibile è più bella oggi che si avvicina ai cinquanta che allora. Non ama tanti fronzoli Suzanne. Basta lei, la sua chitarra e la sua tazza di caffè. Nella sua arte non sono previsti particolari tecnicismi o chissà che evoluzioni. La band, ridotta all’osso, per metà concerto sta nel backstage, e quando non ci sta svolge il suo compito senza manie di protagonismo. Un comportamente che in precedenza credo di avere riscontrato solo nei Gathering e nei Cranberries, non a caso due gruppi con voci decisamente fuori dal comune. Il concerto scorre magicamente via senza punti morti, tra vecchie glorie (Marlene on the Wall, In Liverpool, Left of Center, l’immancabile Luka) e novità (Frank and Ava, Pornographer’s Dream, Zephyr and I). Pezzi brevi, dichiarazioni d’amore alla propria città (New York is a Woman, Angel’s Doorway), malinconiche poesie metropolitane declamate col sorriso sulle labbra. Esecuzioni da brivido, senza una nota fuori posto. Anzi: una sola. E lei subito si scusa “excuse me, it’s my fault”, come se per un accordo sbagliato qualcuno dovesse processarla. Una cosa per me incredibile è che Suzanne non è solo una grande cantautrice. È anche un’entertainer straordinaria, che tra un brano e l’altro racconta storie, fa battute, interagisce col pubblico, creando una sinergia che non ti aspetti considerata l’ingessatura della location e l’età media della platea. Nei due bis seguiti alla versione remixata di Tom’s Diner (a mio avviso discutibile, anche per via dei campionamenti che fanno a pugni con l’atmosfera) c’è spazio per una “very old, very long, very sad song” quale è The Queen and the Soldier e per una manciata di altre perle prima che le luci dell’Auditorium si riaccendano, a un’oretta e venti dall’inizio.
Lei esce dai camerini una mezz’ora scarsa dopo. Ad aspettarla una decina di persone, e tanto per cambiare sono visibilmente il più giovane lì in mezzo. La fan-base di irriducibili della Vega, lo zoccolo duro che confronta l’esibizione appena vista con quella X e che ha raccattato poster, scalette e souvenir vari, è composta per lo più da uomini quaranta-cinquantenni dall’aspetto sbattuto. Che probabilmente si chiederanno che ci fa un quasi-ventenne fra loro. Nessuno probabilmente sospetta che il quasi-ventenne sia entrato gratis. O forse sì, e la giudicano l’unica spiegazione plausibile. Suzanne appare stanca ma ugualmente disponibile. Non nega autografi e foto a chi gliele chiede e trova spazio anche per due risate prima di sparire. Io le voglio veramente tanto bene, si sappia.

Julianne Moore.
Ad ogni modo, come avrete intuito ho visto 



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