Hunting for a fucking little fake electoral flag
È stata dura, ma alla fine ce l’ho fatta a raccoglierne una. Qualcuna delle centinaia di comparse *doveva* liberarsene. Prima o poi. E gettarla in un bidone dell’immondizia. Cosicché la potessi raccogliere. Senza passare per terrorista, o vandalo, o sabotatore, o checazzoneso. Ora ho in casa un piccolo pezzettino di storia del cinema, e sono felice.
Antefatto: come tutto il mondo sa Tom Tykwer sta girando un film a Milano. Una cosa segretissima, ovviamente: era solo in prima pagina sui giornaletti che danno in metropolitana una settimana fa. C’è pure stata un’apposita conferenza stampa al Pirellone, vertici della regione presenti: “gireranno qui, al Gallia, in piazza Duca d’Aosta e da qualche altra parte a Milano”. Fate finta di niente, chiaro. Più facile a dirsi che a farsi, quando ti ritrovi tutta la piazza della Stazione Centrale trasformata in un immenso set. Per “The International” (titolo provvisorio) le cose si fanno alla vecchia maniera: grandi scene in esterni, riprese in pieno giorno, decine e decine di comparse prese dalla strada e non generate in CGI. E così scendi dal treno alle 9 di mattina e ti trovi in un comizio. “Toh, ancora Berlusconi”, commenta una profana superficiale. “Toh, Tykwer ha veramente affibbiato un ruolo a Barbareschi”, penso io. Barbareschi, non me ne vogliano i suoi fan (ce ne sono?), non lo posso soffrire. Tanto per dire l’ultima: non esiste che parli male della Bellucci attrice quando hai una carriera di fiction tv e poco altro alle spalle, anche se concettualmente hai ragione al tremila per cento. Però in quanto politico politicante antipatico alla Cetto La Qualunque potrebbe funzionare: sul palco c’è lui, nella piazza la folla festante con bandiere e bandierine tricolore, alle sue spalle megaschermi, ritratti photoshoppati e slogan. Il partito si chiama “Futuro Italiano”, lui Umberto Calvini, e tutto ricorda molto da vicino qualcos’altro (che siamo tantissimi). Questo alle 9 di mattina e spiccioli. Sei ore dopo ritorno e la scena apparentemente è rimasta congelata: stanno ancora lavorando sul comizio. In realtà la situazione ha subito un’evoluzione abbastanza drammatica, e qui mi lancio in spoiler che sono tali fino a un certo punto (è davvero così? terranno quella scena?): Barbareschi (dio c’è) subisce un attentato, a quanto pare ci lascia la pelle, e la folla scappa terrorizzata. La vedo girare almeno tre volte, da altrettante angolazioni: una massa informe di persone, alcune veramente prese (altre decisamente impacciate) che raggiunge di corsa il Gallia, capitanata da (veri, pare) carabinieri. La gente coinvolta è tanta e scarsamente gestibile: c’è un momento in cui mi ritrovo accanto due signore con le bandierine, poco oltre la linea di sicurezza. Fossi solo più sfrontato, meno appariscente e avessi più tempo da perdere, sarebbe niente unirmi a loro per la ripresa successiva. O solo per vedere le cose più da vicino, prima di essere cacciato. Un po’ me ne pento: di lì a poco appare per un nanosecondo una biondina che ha tutta l’aria di essere una vecchia conoscenza. O meglio, *È* Naomi Watts, e basta. E io mi maledico svariate volte per aver lasciato a casa qualsivoglia macchina fotografica. Non lontano da lei appare Clive Owen, che fa foto e firma autografi a una manciata di comparse. E io mi rimaledico svariate volte per aver lasciato a casa qualsivoglia macchina fotografica. Tykwer non riesco a individuarlo, ma ce l’ho anche poco presente di faccia. Il set è controllato in modo fermo ma discontinuo: è decisamente impensabile bloccare una piazza talmente frequentata per un intero giorno, per cui tra i vari ciak la zona off limits si restringe. Ma anche se non sembra, è difficile eludere la sorveglianza: le forze dell’ordine sono ovunque e raggiungere il cuore della produzione è una missione impossibile. Lo è anche solo provare a rubacchiare qualche bandierina abbandonata. Figuriamoci i panini del banchetto catering. Vedere il dietro le quinte di una produzione cinematrogafica di un certo livello però resta un’esperienza magica. Capisci quanto lavoro c’è dietro a pochi minuti di girato, magari pure di livello scadente. Ti rendi conto che il rapporto credited/uncredited è pesantemente sblicanciato verso questi ultimi. Ti viene voglia di partecipare a un casting, anche se non sai fare niente. Ti senti testimone della creazione di un’opera d’arte. Ti avvicini a quello che veneri, come in un rito pagano di iniziazione.
Un albergo di lusso. Uno scrittore di successo. Una stanza vuota. Morti misteriose. Spettri del passato. L’ombra della follia. Sangue. Alcol. Bambini. Tratto da un racconto di Stephen King.

Non c’è bisogno che ci sia io a sprecare righe: 


Manu Chao
Cocteau Twins
Ké
Sybil Vane
David Bowie
Serj Tankian
Trans-Siberian Orchestra
Blondie
Baustelle
Portishead



