Gli Editors per me sono All Sparks su Mtv nel giugno 2006 mentre sul portatile lavoro alla tesina, con un compilatore che va per i cazzi suoi e un bicchiere di Coca Cola con ghiaccio e limone accanto. E loro a tenermi compagnia, tutti i giorni nell’Our Noise precendente l’avvento di Carlo Pastore.
Due anni dopo tornano in Italia per qualcosa come la quinta volta dacché esistono e io ho voglia di spolverare il mio recondito animo indie rock. Non sono un gruppo per il quale farei follie, ma li ascolto volentieri, costano poco, sono in giro per Milano dalle 9 di mattina, ho vent’anni e se non li vedo adesso quando lo faccio. I biglietti all’apertura ancora ci sono, ci sparo la prevendita e quando aprono riesco a piazzarmi in seconda fila come se niente fosse, usando il pavimento dell’Alcatraz come guardaroba.
Con suoni degni della peggior festa dell’Unità, aprono i Mobius Band. Si fanno voler bene, per quanto si possa voler bene a un gruppo guidato da uno che spippola e batte convulsamente su due tastierine durante quasi tutti i pezzi. Ma si rivolge anche al pubblico in un italiano decisamente buono e ispira simpatia a pelle, così come gli altri due compari che sorry, l’italiano non lo conoscono. Da quel che arriva dal roboare degli amplificatori fanno un rock elettronico che dal vivo funziona, probabilmente meglio che in studio, coinvolgendo il pubblico per tutta la loro mezzora. Al termine sono loro stessi a portarsi via gli strumenti, e se solo trovassi dov’è stato imboscato l’angolo merchandise meriterebbero che gli si acquistasse il cd solo per quello.
I redattori arrivano verso le 10 e mezza, mentre la folla già mormora. A vederli sono il paradigma della band indie rock: cantante schizzato, chitarrista modaiolo con taglio emo, bassista grasso e all’apparenza impacciato, batterista che c’è ma non si vede. Attaccano con Camera, che nella mia conoscenza più che parziale della loro musica (brandelli di testi qua e là, titoli invertiti, la convinzione che il primo album si chiamasse The Black Room mentre in realtà è The Back Room) è uno dei miei preferiti, suonato in penombra col bassista al tamburo e Tom al piano. Tom Smith, performer dalle spalle ad angolo retto, le gambe incrociate e la pancia depilata, è un ragazzo al quale istintivamente si vuole bene: ha una voce profonda e calda, ma è soprattutto un mostro sul palco. Non sta fermo un attimo, si muove convulsamente, tiene la bocca aperta molto oltre i vocalizzi che sentiamo, si abbraccia, gesticola, salta in piedi sul piano. E dice “Grazzi!” alla fine di ogni canzone. Tutte. Forse una no perché ringrazia in inglese. Uno dopo l’altro tirano fuori pezzi che scorrono via lisci e sanno emozionare, al punto che alla fine di ognuno mi viene da dire “bravi” in continuazione. Bravi. E che cavolo, bravi. E ancora, bravi. An End Has A Start e tutte le altre da esso tratte non me le ricordavo così belle. Anzi, le ricordavo alquanto noiosette. Invece puff, dal vivo rinascono. (Che è anche il motivo di andare a concerti di gruppi per i quali ancora non impazzisci: vedere se quel che fanno alla fin della fiera ti piace o no. In genere funziona, a volte no, cfr. Verdena.) Domanda retorica: si può pogare agli Editors? No, ma lo si fa lo stesso. Più o meno per tutta la seconda parte del concerto, che a parte includere Munich (bella!) e All Sparks (anche!) non è che si differenzi molto dalla prima in quanto a impatto sonoro. Ma se si sopravvive ai Gogol si sopravvive a tutto, e quindi. Per la serie “questa la so, ma a Sarabanda non sarei mai arrivato a sfidare l’uomo gatto” fanno anche un pezzo “non loro”, che (me ne accorgo dopo ma) altro non è che Lullaby dei Cure. Ed esce bene. La conclusione è affidata a Smokers Outside the Hospital Doors, dopo un’ora e mezza circa di spettacolo per un totale di 18 brani (che per un gruppo al secondo album non è tanto, è tantissimo, e scongiura l’opzione “certo che, almeno quella”). Il dopo è un dj set che parte all’istante, setlist che volano troppo lontano, l’esperienza del terzo tipo dei bagni dell’Alcatraz, fruttuosi stalkeraggi a quell’adorabile pertica di Tom, che dà l’idea che quello che vediamo sul palco non sia un personaggio scenico ma il suo vero io. Finisce che mi sono innamorato pazzamente degli Editors, che ci volete fare.