Ho ceduto a un’altra cosa inutile e fortemente addictive.
Ho ceduto a un’altra cosa inutile e fortemente addictive.
6 mesi qui.
Quando me l’hanno detto ho avuto una reazione di totale apatia. Sì? Davvero? Dici a me? Poi sono andato a lezione come se nulla fosse. Ho lasciato che la cosa sedimentasse.
Poi sono andato a vedere la graduatoria e ho subito l’impatto del nome al primo posto. E ho iniziato a rendermi conto.
E caspita. E han preso me.
Lì per lì avevo quasi voglia di fare cose irrazionali. Tipo comprare un libro alla CUEM, o forse pure peggio.
L’originale è questo, è davvero di Celentano e risale al lontano 1970. Fu pubblicata sull’album Il forestiero, tappabuchi discografico per metà natalizio.
Boh, a me piace un sacco. Anche l’originale. Al prossimo concerto rifatela che ormai l’ho imparata.
Genitrice, acida: “Certo che ne hai spesi di soldi in concerti.”
Ok, non lavoro ancora e studio senza gran convinzione. Ma il punto è sempre quello: li spendessi in discoteca come tutti i ragazzi normali andrebbe meglio? Li spendessi in fumo? Non capisco perché mi dovrei sentire in colpa se fintanto che posso vado a vedere chi sento che valga la pena andare a vedere.
Boh. A volte mi chiedo di chi sono figlio.
(Comunque. Sergio Tankiano è bravissimo, è un personaggio che stimo un sacco, tiene il palco a meraviglia e fa degli acuti che nemmeno Bellamy. Certo che suonare un’ora e uno sputo no, proprio no. Soprattutto, Sergio. Vabbè l’album solista, che è stupendo. Ma tu non sei un esordiente eccheccazzo. Non dico di farci il bignamino dei System of a Down. Ma una canzone, cristo, una. Oltretutto, forse ora sono paranoico. Ma la security ogni volta che accennavo a fare una foto dal palchetto rialzato si consultava e parlava all’auricolare. Non posso sentirmi un criminale solo perché ho una macchina fotografica un po’ voluminosa che peraltro non so usare, santo cielo. Non ammazzo la gente e non rivendo santini su eBay. Essu. Fatemi godere i concerti come voglio io.)
(Comunque bis. 28 euro e 75 per un’ora di spettacolo e nemmeno sento Toxicity no, eh.)
Aprire un account su Flickr, mollarlo dopo due settimane, ripassare dopo 5 mesi senza averlo mai più cagato e leggere i commenti alle foto è una cosa bellissima.
È che io a quelli là voglio bene. E quindi andiamo a Bologna a sentirli per la quarta volta. Notte a guidare, un’ora di sonno e poi su in università. Cosa non si fa per amore.
Arrivo all’Estragon all’altezza delle 22, biglietti ancora disponibili (!!!), tappa in bagno, tappa al merchandise, cazzeggio, e toh, c’è un buco laterale in prima fila davanti all’amplificatore. Stavolta invece delle costole mi gioco i timpani. I supporter, tali Skindred, li perdo completamente. Pace all’anima loro.
I Gogol arrivano verso le 11 e non se ne vanno prima delle canoniche due ore. Ormai sappiamo come sono, spaccano e la gente poga. Il problema stavolta è che c’è una security che con un eufemismo si potrebbe definire Stronzissima, che sta esattamente davanti a me e che fa a pugni con chi sta sul palco, rovinando tutto. La security ai concerti dei Gogol, come già avevo notato l’ultima volta, quando c’è è molto scazzata e permissiva, capisce che si trova in un manicomio e agisce di conseguenza (del tipo gente rischia la vita e loro alzano un sopracciglio). A Brescia che io ricordi nemmeno c’era. Se c’era, dormiva. Ad ogni modo in tre anni di concerti di ogni ordine e grado mai mi era capitato che per tre foto striminzite durante i bis mi volessero ritirare la macchina fotografica. Ma non un richiamo bonario. Violenza. Le altre tre volte, nei limiti della sopravvivenza, ho fotografato e ripreso di tutto (inclusa la mia foto più bella di sempre). Ieri sera sembrava avessero di fronte un terrorista. Solidarietà immediata da parte di chi mi stava intorno, insulti svariati ai solerti omini coi guanti di pelle (i fan dei Gogol in un attimo fanno gruppo, sono fantastici). Ciò premesso è da dire che le luci dell’Estragon fanno cagare e comunque vivo bene anche senza una foto mossa senza flash, stronzi merdosi (cit.). Per la legge del contrappasso, Eugene per mia immensa gioia innaffierà di vino colui che il cazzo tanto rompeva. Perché ci sono cose che non si possono comprare eccetera eccetera.
Il concerto, comunque. A parte le solite cose (salti, balli, urli, party, party, afterparty) stavolta c’è un’evitabile incursione del tizio degli Skindred che rappa su 60 Revolutions, distruggendola, una supposta cover di Celentano che parla di cosacchi e colbacchi e che nessuno conosce (non è che era Popoff? che il dubbio mi viene), un commento sui recenti, drammatici, eventi di politica nostrana (segue coro “ber-lu-sco-ni-fi-glio-di-put-ta-na”) e una divagazione groupie-oriented su Zina Marina, che solo i più accorti avranno colto. Poi il meglio come al solito lo danno man mano che si prosegue, fino a sfociare in quella Baro Foro che ogni volta incorpora nuovi elementi tendendo verso l’infinito (quarto d’ora? venti minuti? non saprei dire) e comprendendo tra gli altri microfoni maltrattati, secchiate d’acqua e bottiglie di vino che si fracassano sul palco nel delirio generale. Finito il tutto Eugene (figo come sempre, stavolta con pantaloni viola tipo seconda pelle che hanno il duplice indubbio vantaggio di non cadere ed evidenziare il pacco) si siede su un’asse sopra gli amplificatori e resta in attesa, mentre la folla lo osanna. La foto della serata che non ho fatto è la sua chitarra con lo sticker “Drum machines have no soul”.
Non so come faccio, ma ogni volta porto a casa la scaletta (probabilmente sono io che viaggio, ma mi piace pensare che il loro roadie tuttofare ormai si ricordi di me e faccia deliberatamente in modo che me ne aggiudichi un esemplare). Sommo gaudio, continuiamo la tradizione.
Fuori fa freddo ed è quasi l’una di notte. Mi aspettano due ore e mezza d’auto, non posso attardarmi. Ma poi esce Tommy, e non gli fai autografare la scaletta per la quarta volta? Sia mai. Esce un febbricitante Oren e non lo saluti, gentile com’è? Esce Pam, mano nella mano con Elijah Wood (stanno ancora assieme, dunque) e non fai niente perché ora che te ne accorgi sono già sul tourbus. Poi spunta Sergey, e non ce n’è più per nessuno: un frizzo e un lazzo e la gabbia dello zoo magicamente si sposta. Finiamo tutti dentro a ridere e parlare, con tanto di presentazioni, strette di mani e papiri con dedica. L’uomo della mia vita™ spunta dalla porta ed è attorniato da una folla di estrogeni urlanti, materializzatasi chissà da dove (e la mente corre inevitabilmente ad Almost Famous). Quando riesco ad abbordarlo mi scrive una dedica folle sulla scaletta e tutto quello che riesco a dirgli è “you’re great, man.” Dovremmo anche rifarci una foto decente assieme considerata l’assoluta impresentabilità della precedente, ma è di fretta e con tutte le ragazzine in giro non riesco a creare l’occasione. La prossima volta, tanto ci rivedremo.

Vabbè, si fa per dire.
