Surviving Ikea
L’Ikea. Non so se siete mai stati in un negozio Ikea. Ne hanno appena aperto uno a un’ora da casa mia. Ieri l’intera famiglia ha rapito Matt per portarlo all’Ikea. L’Ikea al sabato pomeriggio credo sia un luogo infernale a prescindere. Di sicuro lo è l’Ikea aperta da meno di una settimana. Fuori c’è la fila con le transenne tipo Gardaland. Mi viene subito l’angoscia. La gente in coda è esattamente quella che ti aspetti un weekend medio in un centro commerciale medio. Una specie di clown dovrebbe intrattenere gli astanti. Non lo caga nessuno. Poveraccio. Tutto ciò mette depressione. Che ci faccio qui? Dentro è come un aeroporto, ma più incasinato. Scala mobile. Ci sono delle hostess vestite da coriste folk che danno borse gialle a forma di canoa. E un carrellino con le ruote. Lo showroom sembra un formicaio. Personaggi che seguono traiettorie imprevedibili. E girano col carrellino inutilmente aperto, che incontra più volte i tuoi stinchi. Decido di viverla con filosofia, e coccolare il mio lato prima infanzia. Tocco tutto. Apro i cassetti, provo le poltrone, mi sdraio su letti sfatti. Tiro fuori i pupazzi dai cestoni e li metto sugli scaffali delle librerie. Mio fratello mi segue a ruota. Mia madre inizia a mettere in borsa le matitine copiosamente presenti ad intervalli regolari. Mio padre ci guarda con disprezzo, dicendo “io non vi conosco”. Per lui un pomeriggio all’Ikea è un Evento. Per me una gran seccatura, che si traduce nel lasciar andare ogni freno inibitore approfittando della folla. Tipo intascare i matitoni infilati in un bicchiere su una scrivania molto professional. Tipo sfogliare tutti i libri in svedese infilati in ogni possibile anfratto, non in vendita e apparentemente poco interessanti. Tipo mettere gli occhi su uno illustrato intitolato Elefanten, Pingvinen och Jazzprinsessan e decidere che deve essere mio a tutti i costi. Tipo nasconderlo con noncuranza tra i cataloghi delle cucine e prendere su tutto il plico mentre la figura paterna si interessa di Vika Gruvan e Vika Fagerlid. La figura materna intuisce, capisce e tace. In fondo, ha la borsa piena di grafite. Per ritirare la merce è necessario percorrere un labirintico reparto casalinghi fino a giungere al magazzino. È una strada lunga e piena di insidie. Si ricomincia a desiderare l’eliminazione fisica di tre quarti dei clienti. Finalmente l’uscita, dopo uno straniamento di quasi tre ore. Alla cassa non mi arrestano. Buona cosa. Si palesa l’esistenza di un mini market di prodotti improbabili, tipo un Lidl scandinavo. Hanno cose mai viste, e cose già viste ma con nomi impronunciabili. Un imbonitore decanta col megafono la bontà della birra in offerta speciale. Ricorda quei negozi di provincia che si fanno pubblicità girando a passo d’uomo col furgoncino e il disco registrato, spesso coi prezzi ancora in lire. Il carrello è pesantissimo, anche se abbiamo comprato poco e niente. Ci tocca scendere col montacarichi. Aspettiamo il prossimo giro, per carità. No, ci stiamo. Stipati come sardine. Non si respira. Penso positivo: chissà che storia se saltasse la corrente adesso. Un incubo. O forse no. Comunque arriviamo a destinazione senza traumi. Il ritorno ricorda i viaggi al mare di quand’ero piccolo, col sedile dietro abbassato per allargare il baule. A casa conto le matite: sono 148. Mio padre si dà subito al bricolage. Dura poco. La lastra di vetro esce dall’imballaggio a piccoli pezzettini, grandi come i frammenti di parabrezza ai lati delle strade dopo gli incidenti. Si incazza senza farlo notare. Io mi dò alla lettura del mio primo libro in svedese, che alcuni nomi assomigliano al tedesco. E poi ci sono le figure.





Manu Chao
Cocteau Twins
Ké
Sybil Vane
David Bowie
Serj Tankian
Trans-Siberian Orchestra
Blondie
Baustelle
Portishead



